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Eco di Maria Regina della Pace 186 (Marzo-Aprile 2006)

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Messaggio del 25 gennaio2006:
“Cari figli, anche oggi vi invito ad
essere portatori del Vangelo nelle vostre
famiglie. Non dimenticate, figlioli, di leg-
gere la Sacra Scrittura. Mettetela in un
luogo visibile e testimoniate con la vostra
vita che credete e vivete la Parola di Dio.
Io vi sono vicino con il mio amore e inter-
cedo davanti a mio Figlio per ognuno di
voi. Grazie per aver risposto alla mia
chiamata”.
Portatori del Vangelo
Zaccheo, scendi subito, perché oggi
devo fermarmi a casa tua (Lc 19,5), dice
Gesù, e Zaccheo Lo accoglie con gioia e
questo incontro cambia la sua vita, come
Gesù stesso riconosce “Oggi la salvezza è
entrata in questa casa”
(Lc 19, 9a). Gesù
Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre
(Eb
13,8); oggi, come allora, Gesù viene a cer-
care ed a salvare chi era perduto (cfr Lc 19,
10). Egli viene e chiede di entrare a casa
nostra: nel nostro cuore, nella nostra anima,
nella nostra famiglia, nella nostra abitazio-
ne. Gesù viene e porta salvezza, ma non
possiamo riceverlo nel salotto; Egli viene
per stabilirsi nella nostra vita, per essere la
nostra Vita. L’incontro con Lui deve cam-
biare radicalmente la nostra vita. Non
necessariamente il cambiamento deve esse-
re istantaneo, ma l’incontro con Lui deve
innescare un processo di reale conversione.
I tempi e le modalità saranno diversi da per-
sona a persona ma unica è la strada, la
comunione con Cristo Gesù.
Maria ci invita ad essere portatori del
Vangelo nelle nostre famiglie, cioè ad
accogliere Gesù, la Parola incarnata, la
Parola di Vita, nella famiglia. Quando man-
ca Lui manca la Luce, manca la Sapienza,
manca la Pace, manca l’Amore. Possiamo
trovare dei surrogati, ma si tratta di rimedi
temporanei ed inadeguati e prima o poi ne
sperimenteremo l’inefficacia. Solo in Dio
riposa l’anima mia; da Lui la mia salvezza
(Sal 61 (62)). Questo riposo dell’anima non
è altro che l’abbandono in Dio, la premessa
alla comunione con Cristo Gesù, dalla qua-
le discende la comunione nella famiglia e
nella Chiesa, la vita stessa di queste realtà
fondamentali per il Regno di Dio. Vi invi-
to ad essere portatori del Vangelo nelle
vostre famiglie
: è un invito rivolto a tutti
ed a ciascuno: padre, madre, figlio, figlia,
fratello, sorella ciascuno deve essere por-
tatore del Vangelo
a ciascun altro per vive-
re in pienezza il proprio ruolo (cfr Mc 3,
35) e così Cristo sia tutto in tutti (cfr Col 3,
11). Non dimenticate, figlioli, di leggere
la Sacra Scrittura
. La lettura - ascolto -
della Parola è canale di comunicazione fra
l’uomo e Dio, è disposizione ed apertura
alla Sua grazia, immersione nel Suo
Spirito. Già altre volte Maria ci ha solleci-
tati a collocare la Bibbia in un luogo visibi-
le
(18 ottobre 1984; 25 agosto 1996), ad
essere portatori della Parola di Dio (25
agosto 1996), a leggerla e viverla (25 ago-
sto 1993; 25 agosto 1996), a leggerla in
casa
(18 ottobre 1984; 14 febbraio 1985; 25
giugno 1991; 25 agosto 1996). Oggi ci dice
ancora Mettetela in un luogo visibile e
testimoniate con la vostra vita che crede-
te e vivete la Parola di Dio
. La Bibbia
esposta in casa è una bandiera che esprime
la nostra appartenenza alla Patria celeste;
che dichiara la nostra identità di figli di Dio
in Cristo Gesù. È una dichiarazione che va
autenticata con la testimonianza della
nostra vita, con una vita che ripropone la
Sua Vita, che ricalca le Sue orme, che reca
il profumo di Cristo.
Pur consapevoli della infinita distanza
che corre fra ciò che siamo e ciò che siamo
chiamati ad essere, fra la nostra umanità e
la Tua divinità, Gesù, non ci arrestiamo sot-
to il peso della nostra pochezza e della
nostra miseria. Con serena umiltà deside-
riamo camminare con Te. Maria ci è vicina
ed intercede per noi con il Suo Amore
e
così i nostri limiti, da Lei consegnati a Te,
Gesù, alimenteranno il fuoco del Tuo
Amore. Grazie Gesù; grazie Maria!
Nuccio Quattrocchi
Messaggio del 25 febbraio 2006:
“Cari figli, in questo tempo di grazia
quaresimale vi invito ad aprire i vostri
cuori ai doni che Dio desidera darvi. Non
siate chiusi, ma con la preghiera e la
rinuncia dite sì a Dio e Lui vi darà in
abbondanza.
Come in primavera la terra si apre al
seme e porta frutto il centuplo, così il
Padre vostro celeste vi darà in abbon-
danza. Io sono con voi e vi amo, figlioli,
con amore tenero. Grazie per aver rispo-
sto alla mia chiamata”
.
Dite sì a Dio
La Chiesa ogni anno si unisce al
Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta
giorni della Quaresima
(cfr Catechismo
della Chiesa Cattolica, n° 540). In questo
tempo di grazia quaresimale vi invito ad
aprire i vostri cuori ai doni che Dio desi-
dera darvi
. La Quaresima è un particola-
rissimo tempo di grazia e ciascuno può far-
ne tesoro se vive questo tempo con cuore
aperto; non basta infatti esserne spettatori
ma occorre divenirne partecipi. Occorre
vivere il tempo salvifico, entrare nel miste-
ro che si contempla, esserne parte viva e
attiva. Non siate chiusi, ma con la pre-
ghiera e la rinuncia dite sì a Dio
.
L’invito che Maria continua a ripeterci
da Medjugorje diventa in questo tempo par-
ticolarmente pressante ed anche ricco di
promesse. Chi ha già da tempo detto a
Dio rinnovi il suo , lo affidi al Battista
nelle acque del Giordano, lo esponga alla
benedizione del Padre celeste. Chi ha
dimenticato il pronunciato un tempo si
lasci riconciliare con Dio (cfr 2 Cor 5, 20).
Chi non ha mai detto lo dica ora, lo dica
subito, è ancora in tempo. Ciascuno apra il
cuore a Dio; con la preghiera e la rinun-
cia
dica sì a Dio.
Il che Dio attende da noi è l’Eccomi,
si faccia di me secondo la tua parola detto
da Maria all’Angelo (Lc 1, 38); è l’Eccomi,
io vengo, o Padre, a fare la Tua volontà
detto da Gesù (cfr Eb 10, 7-9; Mc 14, 36).
Non si tratta di ripetere formule o di inven-
tarne di nuove; si tratta di lasciarsi raggiun-
gere da Dio con la preghiera e la rinuncia
e, una volta raggiunti, stare con Lui, comu-
nicare con Lui; come Gesù, come Maria.
Occorre rinunciare alle voci che coprono la
Voce, alle luci che offuscano la Luce, agli
amori che distruggono l’Amore, alle ric-
chezze che dissipano la Ricchezza, alle spe-
ranze che soffocano la Speranza. Rinuncia
equivale a digiuno.
Preghiera è canalizzazione della grazia
salvifica. Pregare è respirare lo Spirito, è
immergersi in Dio, naufragare nel Suo
“La Quaresima è il tempo
privilegiato del pellegrinaggio
interiore verso Colui che è
la fonte della misericordia”.
Benedetto XVI
Marzo - aprile 2006 - Edito da Eco di Maria, C.P.
27 31030 Bessica (TV)
(Italia) - Tel / fax 0423. 470331
A. 22, n. 3-4; Sped.a.p. art.2,com.20/c, leg.662/96 filiale di MN-Autor.tribun.MN: 8.11.86, ccp 14124226
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È morto un anno fa e ci sembra ieri. Ci
siamo sentiti orfani, ma solo per un attimo,
perché è talmente viva la sua presenza che
quasi non ci manca. Eppure quanto abbia-
mo temuto di perderlo! Quante volte ci sia-
mo chiesti: “quale altro papa potrà mai
sostituirlo?” tanto eravamo abituati al suo
modo di fare e di guidare la Chiesa.
Gli eventi ci hanno contraddetto: GIO-
VANNI PAOLO II dal cielo prosegue la
sua missione. Libero finalmente da un cor-
po diventato sul finire troppo ingombrante
per l’anima, che invece era matura a donar-
si in modo ancora più radicale ai suoi figli.
E al posto suo ci veniva dato un nuovo
Pontefice di altrettanta statura, nonostante
la strutturale diversità.
Di solito per un anniversario, e soprattut-
to per il primo, molte cose si dicono e si scri-
vono. Ma talvolta possono risentire di un’i-
nevitabile retorica che il tempo fa acquisire
ai ricordi. Riprendiamo allora alcune parole
arrivate in redazione due giorni prima della
morte di papa Wojtyla, quando egli era già
pronto a partire. Parole che conservano
ancora la spontaneità e la poesia di quei
momenti, in cui il cuore commosso e grato
si preparava a salutare l’amato padre.
Roma 1° Aprile 2005
“Il mondo è un altare che canta gloria a
Dio attraverso le sue bellezze naturali, con
una singola e unica melodia espressa dalla
luce degli astri, dalla voce dello scorrere
delle acque, dal calore del fuoco che accen-
de la passione di gioia che il Creatore stes-
so ha verso il suo creato. Dalla terra, che nel
dare linfa e nutrire gli esseri viventi che vi
abitano, dà luce alle tante primavere che il
pensiero coglie gustando in se stesso l’amo-
re infinito, quell’unico e irripetibile miraco-
lo che accende ogni frazione di tempo.
L’uomo, creatura eletta e prediletta del-
l’amore di Dio, fiorisce come la primavera,
e come bocciolo si apre al sole, in tutta la
sua bellezza, per mostrare gli infiniti colori
e sfumature che l’anima, in grazia, ne mol-
tiplica; e come corolla di fiore splende e
profuma tutto, espandendosi nel tutto.
Tu, uomo autentico ti sei completato in
Dio indossando così la veste tessuta del più
prezioso dei fili: quello di verità, un tessuto
che purifica i popoli e li sostiene nel loro
vacillare. Tu pellegrino del mondo che in un
unico abbraccio fissi nuovamente i tralci nel
fusto, ricostrusci il popolo di Dio, ricuci le
lacerazioni e le distanze dei cuori; dividi il
tuo di cuore per farlo cuore offerto, che si
dona completamente a tutto e a tutti, indi-
stintamente, e che nel suo darsi si lacera
sempre di più, dando amore che ti viene
dato dal Padre, per essere tutto in Dio.
Tu fiore prezioso che fiorisce nella santa
primavera, la stessa che fu santificata dalla
passione e resurrezione del nostro Gesù
Cristo, sei maturato come il più bello dei fio-
ri e ti sei vestito di luce, ti sei vestito di tutti
noi, per portarci a Dio in un infinito di gloria.
Grazie Amico, Fratello, Padre, Madre,
Santo Pontefice!”.
Tommaso C.
Amore. Pregare è lodare Dio in ogni circo-
stanza, nella gioia e nel dolore, nella fatica
e nel riposo, nella salute e nella malattia,
perché sempre, anche quando non Lo sen-
tiamo, Egli è accanto a noi, è con noi. Non
siamo mai soli; Gesù è con noi tutti i gior-
ni e lo sarà fino alla fine del mondo
(cfr Mt
28, 13).
In questo tempo di grazia diciamo sì a
Dio. Rinnoviamo con consapevolezza le
nostre promesse battesimali; la fede in
Cristo e la rinuncia a satana, a tutte le sue
opere, alle sue seduzioni. Attingiamo nel
sacramento della confessione il perdono dei
peccati e il dono della riconciliazione con
Dio e con i fratelli. Accogliamo nella santa
Eucaristia il dono della vita in Cristo e la
forza di farci dono per i fratelli. Non siate
chiusi, ma con la preghiera e la rinuncia
dite sì a Dio e Lui vi darà in abbondanza.
Anzi, il Suo dono ce lo ha già donato; e lì,
davanti a noi, è addirittura in noi; attende
solo di essere riconosciuto e accolto: è
Cristo Gesù!
Come in primavera la terra si apre al
seme e porta frutto il centuplo, il nostro
cuore si apra al Regno di Dio che scenderà
come pioggia sull’erba, come acqua che
irrora la terra
e così nel mondo fiorirà la
giustizia e abbonderà la pace
(Sal 71 (72),
6-7). Maria è con noi e ci ama con amore
tenero
. Proprio tenero come un germoglio,
come un virgulto primaverile. È la Vita che
in Lei sboccia e che dona a noi. È il germo-
glio di Iesse
(Is 11, 1) che attende di fiori-
re in noi.
N.Q.
La prima enciclica del papa
Un Dio che è solo amore
Si definisce programmatica la prima
lettera enciclica di un papa, una sorta di
manifesto sul taglio che il successore di
Pietro desidera dare alla Chiesa negli anni
in cui gli è affidata. E come non scorgere
già nel titolo del documento di Benedetto
XVI la volontà di ripartire dai fondamenti
del cristianesimo: Dio è amore (1Gv 4,16),
a favore di un’umanità sempre più divisa
nel mare delle diverse opzioni proposte
dalla società, affinché riceva dei binari
sicuri per arrivare a Dio.
Solo da questa affermazione si può
infatti partire per comprendere il mistero di
un Dio incarnato e morto in croce per sal-
vare i propri figli. Solo in questa luce si
possono accettare i dettami di una fede che
ci invita ad avere un continuo atteggiamen-
to di accoglienza, comprensione e miseri-
cordia verso chiunque, senza escludere i
nemici. Solo nella prospettiva di un amore
che è Dio stesso si può fare ordine in quel
bazaar confuso di “amori” diversi che l’uo-
mo si procura per soddisfare la profonda
sete legata alla sua stessa esistenza.
Un problema di linguaggio
“Il termine amore è oggi diventato una
delle parole più usate ed anche abusate, alla
quale annettiamo accezioni del tutto diffe-
renti”, esordisce il papa. E poi propone un
interrogativo: “L’amore pur in tutta la
diversità delle sue manifestazioni in ultima
istanza è uno solo, o invece utilizziamo una
medesima parola per indicare realtà total-
mente diverse?”.
Per rispondere al suo quesito
il Santo Padre si appoggia, come
già annuncia il titolo, alla defini-
zione di Dio come amore: “Al
nome di Dio viene a volte colle-
gata la vendetta o perfino il
dovere dell’odio e della violen-
za… Per questo nella mia prima
Enciclica desidero parlare dell’a-
more, del quale Dio ci ricolma e
che da noi deve essere comuni-
cato agli altri”.
Ma di quale amore si parla?
Dell’amore in quanto caritas, cioè
amore in senso più pieno, più totale.
Formato dall’eros (pulsione umana che
viene dal basso e ci porta ad una dimensio-
ne superiore) e agape (amore “discenden-
te”, inteso come donazione di sé, ovvero
amore oblativo). Due elementi che un cer-
to tipo di mentalità poneva in contrapposi-
zione, mentre in realtà essi costituiscono
un’inscindibile unità: “Se si volesse porta-
re all’estremo questa antitesi, l’essenza del
cristianesimo risulterebbe disarticolata dal-
le fondamentali relazioni vitali dell’esistere
umano e costituirebbe un mondo a sé… In
realtà eros e agape non si lasciano mai
separare completamente l’uno dall’altro”,
suggerisce il Santo Padre.
Purificarsi per meglio amare
Non manca però di metterci anche in
guardia dal pericolo di facili degenerazioni
al quale si è assuefatto il mondo di oggi. Per
raggiungere infatti la qualità di amore che
per sua natura promette infinità ed eternità:
“Sono necessarie purificazioni e maturazio-
ni, che passano anche attraverso la strada
della rinuncia. Questo non è
rifiuto dell’eros, ma la sua
guarigione in vista della sua
vera grandezza”, ammette in
tono realista il papa. “Oggi
non di rado si rimprovera al
cristianesimo del passato di
esser stato avversario della
corporeità; di fatto, tendenze
in questo senso ci sono sem-
pre state” - spiega - “ma il
modo di esaltare il corpo, a
cui noi oggi assistiamo, è ingannevole.
L’eros degradato a puro «sesso» diventa
merce, una semplice «cosa» che si può
comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso
diventa merce”. E poi aggiunge: “Sì, l’eros
vuole sollevarci «in estasi» verso il Divino,
condurci al di là di noi stessi, ma proprio
per questo richiede un cammino di ascesa,
di rinunce, di purificazioni e di guarigioni”.
L’armonia dell’amore
La sfida dell’eros può dirsi superata
quando nell’uomo corpo e anima si ritrova-
no in perfetta armonia. “Allora l’amore
diventa, si, «estasi», però estasi non nel
senso di un momento di ebbrezza passeg-
gera, ma come esodo permanente dall’ io
chiuso in se stesso verso la sua liberazione
nel dono di sé, e proprio così verso il ritro-
vamento di sé”.
In definitiva eros e agape esigono di non
essere mai separati completamente l’uno
dall’altra, anzi quanto più trovano il loro
giusto equilibrio, tanto più si realizza la vera
natura dell’amore: “L’uomo diventa vera-
mente se stesso, quando corpo e anima si
ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros
può dirsi veramente superata, quando questa
unificazione è riuscita” sintetizza il papa.
Era un giorno di primavera
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Donarsi per amore
La prima parte dell’enciclica si preoc-
cupa, come abbiamo visto, di ridefinire i
lineamenti dell’amore perché esso sia vis-
suto nella sua vera essenza. Ma al cristiano
si pone un’altra sfida che nasce nel coman-
damento: ama il prossimo tuo come te stes-
so
! In virtù di questo e di altri numerosi
inviti con il Signore ci esorta a occuparci
del prossimo, i cristiani si sono sempre pro-
digati in “opere di carità”.
Numerosissimi i carismi di istituti reli-
giosi fondati sulla assistenza ai bisognosi,
nel corpo e nello spirito: “Solo il servizio al
prossimo apre i miei occhi su quello che
Dio fa per me e su come Egli mi ama”, con-
tinua nella sua lettera il Successore di
Pietro. Ma attenzione, talvolta la carità se
non parte dal nostro rapporto personale con
Dio non è che una forma di assistenza
sociale, mentre l’impegno caritativo deve
andare oltre la semplice filantropia.
Madre Teresa e i santi come lei
Ce lo testimonino i santi: “…pensiamo
ad esempio alla beata Teresa di Calcutta -
hanno attinto la loro capacità di amare il
prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro
incontro col Signore eucaristico” ricorda il
papa, precisando che amore di Dio e amore
del prossimo sono inseparabili, sono un uni-
co comandamento. La richiesta di Dio infat-
ti, di amare gli altri non è un «comandamen-
to» dall’esterno che ci impone l’impossibile
“bensì un’esperienza dell’amore donata dal-
l’interno, un amore che, per sua natura, deve
essere ulteriormente partecipato ad altri.
L’amore cresce attraverso l’amore”.
La carità è sempre più che semplice atti-
vità
«Se anche distribuissi tutte le mie
sostanze e dessi il mio corpo per essere bru-
ciato, ma non avessi la carità, niente mi gio-
va» . È un versetto dell’Inno alla carità di
s. Paolo che, secondo papa Benedetto, deve
essere “la Magna Carta dell’intero servizio
ecclesiale: l’azione pratica resta insuffi-
ciente se in essa non si rende percepibile un
amore che si nutre dell’incontro con Cristo.
L’intima partecipazione personale al biso-
gno e alla sofferenza dell’altro diventa così
un partecipargli me stesso: perché il dono
non umilii l’altro, devo dargli non soltanto
qualcosa di mio ma me stesso, devo essere
presente nel dono come persona”.
Questo giusto modo di servire rende l’o-
peratore umile
Se seguiamo queste indicazioni non evi-
teremo un insidia frequente: quella di assu-
mere una posizione di superiorità di fronte
a colui che stiamo aiutando: “Cristo ha pre-
so l’ultimo posto nel mondo - la croce - e
proprio con questa umiltà radicale ci ha
redenti e costantemente ci aiuta. Chi è in
condizione di aiutare riconosce che proprio
in questo modo viene aiutato anche lui; non
è suo merito né titolo di vanto il fatto di
poter aiutare. Questo compito è grazia.
Quanto più uno s’adopera per gli altri, tan-
to più capirà e farà sua la parola di Cristo:
«Siamo servi inutili» (Lc 17, 10) )… Ma
quanto più consapevolmente e chiaramente
portiamo Dio agli altri come dono, tanto
più efficacemente il nostro amore cambierà
il mondo”.
redazione
Benedetto canta Maria
Termina con lei il papa la sua enciclica,
con Maria “Madre del Signore e specchio
di ogni santità”. A lei dedica le ultime bat-
tute della sua lettera sull’amore, a Maria
che ha intrecciato di amore ogni attimo del-
la vita e che dell’Amore è diventata madre.
Ma lasciamo che siano direttamente le
parole del Santo Padre parlarne, perché
ripiene di grazia e di tenero amore per la
piccola donna di Nazaret.
“Nel Vangelo di Luca la troviamo impe-
gnata in un servizio di carità alla cugina
Elisabetta… «L’anima magnifica il
Signore» ed esprime con ciò tutto il pro-
gramma della sua vita: non mettere se stessa
al centro, ma fare spazio a Dio incontrato
sia nella preghiera che nel servizio al prossi-
mo — solo allora il mondo diventa buono.
Maria è grande proprio perché non
vuole rendere grande se stessa, ma Dio.
Ella è umile: non vuole essere nient’altro
che l’ancella del Signore. Ella sa di contri-
buire alla salvezza del mondo non com-
piendo una sua opera, ma solo mettendosi a
piena disposizione delle iniziative di Dio.
È una donna di speranza: solo perché
crede alle promesse di Dio e attende la sal-
vezza di Israele, l’angelo può venire da lei
e chiamarla al servizio decisi-
vo di queste promesse.
Essa è una donna di fede:
«Beata sei tu che hai creduto»,
le dice Elisabetta.
Il Magnificat — un ritratto,
per così dire, della sua anima
— è interamente tessuto di fili
della Sacra Scrittura, di fili
tratti dalla Parola di Dio. Così
si rivela che lei nella Parola di
Dio è veramente a casa sua, ne
esce e vi rientra con naturalez-
za. Ella parla e pensa con la
Parola di Dio; la Parola di Dio
diventa parola sua, e la sua
parola nasce dalla Parola di
Dio. Così si rivela, inoltre, che
i suoi pensieri sono in sintonia con i pen-
sieri di Dio, che il suo volere è un volere
insieme con Dio. Essendo intimamente
penetrata dalla Parola di Dio, ella può
diventare madre della Parola incarnata.
Infine, Maria è una donna che ama.
Come potrebbe essere diversamente? In
quanto credente che nella fede pensa con i
pensieri di Dio e vuole con la volontà di
Dio, ella non può essere che una donna che
ama. Noi lo intuiamo nei gesti silenziosi, di
cui ci riferiscono i racconti evangelici del-
l’infanzia. Lo vediamo nella delicatezza,
con la quale a Cana percepisce la necessità
in cui versano gli sposi e la presenta a
Gesù. Lo vediamo nell’umiltà con cui
accetta di essere trascurata nel periodo del-
la vita pubblica di Gesù, sapendo che il
Figlio deve fondare una nuova famiglia e
che l’ora della Madre arriverà soltanto nel
momento della croce, che sarà la vera ora
di Gesù (cfr Gv 2, 4; 13, 1). Allora, quando
i discepoli saranno fuggiti, lei resterà sotto
la croce; più tardi, nell’ora di Pentecoste,
saranno loro a stringersi intorno a lei nel-
l’attesa dello Spirito Santo.
Maria è diventata, di fatto, Madre di
tutti i credenti. Alla sua bontà materna,
come alla sua purezza e bellezza verginale,
si rivolgono gli uomini di tutti i tempi e di
tutte le parti del mondo nelle loro necessità
e speranze, nelle loro gioie e sofferenze,
nelle loro solitudini come anche nella con-
divisione comunitaria. E sempre sperimen-
tano il dono della sua bontà, sperimentano
l’amore inesauribile che ella riversa dal
profondo del suo cuore. Le testimonianze
di gratitudine, a lei tributate in tutti i conti-
nenti e in tutte le culture, sono il riconosci-
mento di quell’amore puro che non cerca
se stesso,
ma semplicemente vuole il bene.
La devozione dei fedeli mostra, al contem-
po, l’intuizione infallibile di come un tale
amore sia possibile: lo diventa grazie alla
più intima unione con Dio, in
virtù della quale si è totalmen-
te pervasi da Lui — una condi-
zione che permette a chi ha
bevuto alla fonte dell’amore di
Dio di diventare egli stesso
una sorgente « da cui sgorga-
no fiumi di acqua viva » (cfr
Gv 7, 38).
Maria, la Vergine, la Madre,
ci mostra che cos’è l’amore e
da dove esso trae la sua origi-
ne, la sua forza sempre rinno-
vata. A lei affidiamo la Chiesa,
la sua missione a servizio del-
l’amore:
Santa Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio – Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio
e sei così diventata sorgente
della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi
diventare capaci di vero amore
ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.
Benedetto XVI
L’EMBRIONE
Prendiamo un salmo: il 138 e osser-
viamo come gli occhi amorevoli di Dio
si rivolgono all’essere umano, conside-
rato nel suo inizio pieno e completo.
Egli è ancora ‘informe’ nell’utero
materno: è descritto in quel termine
come una piccola realtà ovale, arrotola-
ta, ma sulla quale si pone già lo sguardo
benevolo e amoroso degli occhi di Dio.
Nel Salmo ricorre il simbolo
del vasaio e dello scultore
che ‘forma’, plasma la sua creazione
artistica, il suo capolavoro. Potente è
l’idea che Dio di quell’embrione ancora
‘informe’ veda già tutto il futuro: nel
libro della vita del Signore già sono
scritti i giorni che quella creatura vivrà
e colmerà di opere durante la sua esi-
stenza terrena. Torna così ad emergere
la grandezza trascendente della cono-
scenza divina, che non abbraccia solo il
passato e il presente dell’umanità, ma
anche l’arco ancora nascosto del futuro.
COME LA PENSA IL PAPA SU...
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La vita, un dono
da non sprecare
Quante forme di vita ci circondano,
quanta energia vitale sgorga continuamente
dal seno del Padre per riversarsi sulla terra
e generare, generare, generare… Un moto
perpetuo che non si può arrestare perché
Dio è una fonte di vita eternamente aperta.
La osserviamo fugace in un fiore, o
secolare negli alberi, che assistono immo-
bili al cambio di generazioni mentre loro,
saldi, rimangono a lungo. Ammiriamo la
vita animale, sorprendente e affascinante
nella sua varietà di forme, consegnata
all’uomo perché egli stesso ne tragga vita.
Ma in queste creature la vita inizia e dopo
un certo tempo, breve o lungo che sia, fini-
sce. Nell’uomo no. La vita è un dono gra-
tuito che, una volta abbozzato, non si estin-
gue più. Ha termine qui, sulla terra, quando
si completa il processo del corpo che l’ac-
coglie al principio perché essa assuma dei
lineamenti e maturi nella propria identità;
ma poi continua oltre, in quella dimensione
nascosta nel mistero e divenuta, per rivela-
zione, fondamento della nostra fede.
Sappiamo bene quanto - mai come oggi
- l’uomo si sia insinuato nei segreti della
vita attraverso il costante progresso tecni-
co-scientifico. Anche questo è un dono alla
vita, che così acquista qualità e durata. Ma
a quale prezzo? E chi paga?
Se siamo onesti, sappiamo bene la
risposta. Embrioni mai nati perché “ina-
datti” ad impiantarsi in uteri che non li han-
no generati, sono oggetto frequente di
esperimenti, o meglio, di tentativi e di ine-
vitabili fallimenti. Mercato e manipolazio-
ne è il loro destino.
Vita sprecata, come quella di figli con-
cepiti senza il desiderio di accoglierli, e
quindi tagliata sul nascere perché sia elimi-
nato “il problema”. Astronomiche le cifre
degli aborti perpetuati ogni secondo nel
mondo. Un mondo creato perché esploda di
vita e che genera continuamente morte.
I metodi diventano sempre più raffinati
ed immediati, come la nuova pillola abor-
tiva
(RU486) di cui tanto si discute. Un
farmaco pensato per evitare il trauma del-
l’intervento alle donne ma che, in definiti-
va, non fa altro che annullare la loro
coscienza su ciò che realmente sta per com-
piersi. Le indicazioni specificano, infatti,
che avviene una “espulsione dei tessuti
embrionali”, ma della vita di una persona
che così finisce, nessuno fa cenno. Una del-
le tante menzogne di comodo dietro le qua-
li si nasconde chi della menzogna è il prin-
cipe, oltre che accusatore per eccellenza. Il
risultato finale è che chiunque altro si sca-
rica di dosso la responsabilità mentre le
donne se ne assumono tutto il carico, pre-
parando così il terreno a inevitabili sensi di
colpa che non mancheranno di farsi sentire.
Ma è proprio dalle donne che arriva il
grido di allarme, da quelle stesse donne
che diverse circostanze hanno portato a dis-
farsi della gravidanza indesiderata. Troppi
fattori agiscono in quel momento, e il
demonio sa bene come sfruttarli; molto
spesso senza una reale e piena consapevo-
lezza della madre che diventa così ella stes-
sa vittima, insieme a suo figlio. Una madre
questo lo sa, anche senza “saperlo”. In qual-
che parte del suo essere ne avverte il peso e
ne custodisce il ricordo. E se apre la porta a
Dio che è vita e luce può trasformare quel-
l’evento luttuoso in occasione di redenzio-
ne
per sé, per la sua creatura e per gli altri.
Non si contano le donne che testimo-
niano questo fatto, e molte sono spinte
anche a scriverne per sensibilizzare chi cor-
re il pericolo di incorrervi e per incoraggia-
re quante già lo hanno vissuto. Vale la pena
di menzionare un paio di libri che ci sono
stati segnalati e invitare a cercarne degli
altri per ascoltare la voci di queste madri
che in un certo qual modo cercando Dio,
hanno ritrovato i propri figli ed instaurato
con loro un rapporto nuovo, diverso da
quello che sarebbe potuto essere sulla terra,
ma sicuramente pieno e reale. Non godono
ancora del loro abbraccio che tuttavia, un
giorno, durerà in eterno.
Il primo libro viene dall’America,
recentemente tradotto in italiano e pubbli-
cato dalle Edizioni Segno: “Una vista
migliore”
di Joan Ulicny. Una ex-dirigente
dell’IBM racconta la propria imprevedibi-
le conversione, nata da un pellegrinaggio
a Medjugorje
dove la giovane si era reca-
ta per chiedere la grazia di riottenere la
vista perduta in un terribile incidente. Ma
non era quella la guarigio-
ne più importante. Joan,
infatti, torna a casa a mani
vuote, semicieca come
prima e, anziché perdere
la fede per la delusione di
una “grazia non conces-
sa”, l’autrice la riacquista.
Si rende conto a poco a
poco che occorre fare la
volontà di Dio, la quale
non coincide necessariamente – anzi, non
coincide quasi mai – con la nostra, e si sfor-
za di accettare la sua cecità. Alla fine di un
lungo e tormentato percorso, arriva addirit-
tura a ringraziare Dio per averla resa cieca.
È a quel punto che comincia veramente a
vedere… E lì, dentro di lei l’aspetta una
ferita che da tempo aspettava di essere vista
e che Joan aveva archiviato: quella di un
aborto volontario…
Il secondo, “La Danza di Duecuori” di
Francesco Moggia (Ed. Il Melograno), è un
romanzo breve destinato principalmente ad
un pubblico di giovani. Come è giovanissi-
ma la protagonista Rebecca, 16 anni, che
all’improvviso una gravidanza indesiderata
mette di fronte a quesiti e problemi prima di
allora solo sfiorati. L’aborto si profila come
soluzione estrema per uscire da una situa-
zione non voluta ma l’incontro con una gio-
vane ragazza straniera, poco a poco lancerà
Rebecca verso una decisione che va al di là
dei suoi progetti e della sua vita.
Attraverso le dinamiche interiori e le
emozioni della protagonista, si coglie un
cammino di crescita e consapevolezza basa-
to più sul cuore che sulla ragione, dove
l’Amore ha l’ultima parola.
S.C.
Una è la strada che il Signore ha per-
corso per redimerci, una è la strada che Egli
ha indicato per giungere alla salvezza, non
ce ne sono altre. Il cristiano è colui che sa
riconoscere questa via stretta e sa dare
quella risposta che il mondo cerca non
comprendendo il significato della sofferen-
za, scandalizzandosi davanti ad ogni croce.
“Cari figli, dalla croce
provengono grandi grazie”
Se qualche volta siamo riusciti ad
abbracciare per amore di Dio la piccola
croce che la vita imponeva, abbiamo speri-
mentato che sono questi i momenti più
fecondi della vita spirituale, momenti di
passaggio verso una luce nuova, momenti
in cui possiamo sperimentare che è Cristo
stesso a soffrire con noi, in noi.
Eppure, nonostante questo, sempre di
nuovo di fronte alla sofferenza che non ci
aspettiamo, avvertiamo in noi una forte
resistenza, una ribellione difficile da con-
trollare. A volte la nostra volontà riesce ad
essere più forte, tuttavia il cristianesimo
non va confuso con una sorta di stoicismo,
cioè con uno stato di imperturbabilità di
fronte al dolore. Se in terra dovremo sem-
pre incontrare la sofferenza, il Signore ci
promette gioia piena e pienezza di vita; se
la sensibilità che si risveglia in noi ci apre
a prendere parte al suo dolore continuo in
ognuna della sue membra, siamo chiamati
tuttavia ad essere testimoni di un autentico
lieto annunzio?
Come conciliare tutto questo?
Sperimento che la porta sta proprio
nella contemplazione profonda e costante
della passione del Signore. Sì, chi si apre a
contemplare la follia d’Amore che ha spin-
to il Dio eterno ed infinito ad immolarsi
come l’ultimo tra gli uomini, sarà interior-
mente pronto ad oltrepassare ogni contrad-
dizione. Quest’anima si sentirà chiamata a
lasciarsi attirare dall’amore folle, incon-
trollato ed incontrollabile del Dio da cui ha
La via che porta al cielo
4
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INTERVISTA A JELENA
La Madonna ci ha detto la verità!
ricevuto la vita, la redenzione ed ogni bene.
Il “contemplare” non si ferma soltanto
ad una riflessione umana, ma significa
guardare/conoscere con il cuore, sentire dal
di dentro, unirsi ai sentimenti divini,
lasciando che tutto il nostro essere sia coin-
volto in un rapporto vivo con il Cristo sof-
ferente. Lui per primo ha percorso questa
strada liberamente. Per amore, liberamente
ci chiede di seguirlo, e seguire lui, decider-
ci per lui non vuol dire attirare su di sé ogni
sorta di sofferenze, ma vivere in unione con
lui tutto ciò che attraverseremo. L’attività
della nostra anima sarà sempre e solo unire
tutto ciò che viviamo a Cristo Gesù. Solo
allora potremo scoprire che l’Amore porta
al sacrificio e il sacrificio alla libertà!
Il dono del Krizevac
Riflettendo su tutto questo possiamo
meglio comprendere il fatto che Maria qui
a Medjugorje ha voluto farci il dono del
Krizevac: una Via Crucis che conduce sulla
cima più alta della catena di monti che cir-
condano Medjugorje a cui sono legate sem-
pre grazie particolarissime e che i pellegri-
ni non tralasciano mai di percorrere.
Che grande dono poter meditare la Via
Crucis scalando un ripido monte, davvero
ogni singolo passo compiuto con fatica
seguendo Gesù nel suo dolore è un passo che
ci avvicina al cielo! Il Signore ci attira a sé,
il Signore ci chiama in alto! Seguendo lui e
seguendolo sulla via dell’amore sacrificato,
dell’amore che si dona totalmente per la sal-
vezza del mondo, arriveremo vicino al cielo,
in un luogo sconosciuto... Da lì la nostra
vista si spalanca e noi possiamo vedere con
uno sguardo nuovo tutto il cammino già per-
corso, intuendo quanto Egli ci sia sempre
stato vicino. Vedremo quanto ci ha amato
per condurci proprio a percorrere quei passi
in salita. Da lì potremo finalmente compren-
dere il valore salvifico di ogni sofferenza
offerta, superata in unione a Cristo.
Ad attenderci c’è di nuovo una croce,
ma essa non ci lascerà più sconvolti e inti-
moriti; sapremo riconoscere in quella croce
la porta che conduce verso la nuova dimen-
sione dell’uomo trasfigurato dall’amore, la
croce segno di amore estremo, la croce fon-
te di vita e di resurrezione, la croce posta in
cima alla vetta del santo monte per essere
benedizione per tutto l’orizzonte del mondo
che riesce a scorgere, per essere protezione
e segno di appartenenza a Dio del popolo
redento. Ed uniti a questa croce possiamo
davvero essere benedizione vivente per tut-
to ciò che tocchiamo e sentiamo.
Quale grazia essere parte di questa cro-
ce! No, non desideriamo dunque che ci sia
tolta neppure la più semplice croce quoti-
diana, poiché essa sola realizza e sigilla la
nostra unione vera e intima con Dio.
Francesco Cavagna
Jelena, sei
assente da un
po’ di tempo
dalle pagine
dell’Eco.
Cosa caratte-
rizza la tua
vita in questo
tempo, chi sei
tu oggi?
Stiamo aspettando il terzo figlio, ma la
gravidanza non va secondo le nostre previ-
sioni e mi è stato chiesto di fare un riposo
assoluto. Però è un periodo in cui mentre
sperimento tutti i limiti del corpo, vedo che
in questa mia condizione di immobilità lo
spirito si può allargare sempre di più. E
allora vivo questo momento anche come
grazia, perché l’amore ha due lati: il primo
è la gioia e lo slancio nel dare, in una dona-
zione che tuttavia coinvolge anche la croce.
Ma quando la croce è vissuta, la gioia
diventa ancora più profonda. In questo
modo tutto si rimette a posto. Sembra che
la vita per essere vera, cioè così come noi la
immaginiamo, debba filare liscio!
Comprendo invece, sempre di più, che la
sofferenza è la vera vita. Posso dire, allora,
che in questo momento sto vivendo questa
“vera vita”.
Vuoi dire che la croce dovrebbe essere
una sorta di stabile dimora?
La croce è inevitabile, ma quando è vis-
suta come un elemento costituente dell’a-
more allora non solo acquista molto senso
ma diventa anche più sopportabile, direi
quasi inesistente; per lo meno il carico
negativo che di solito avvertiamo viene
notevolmente attenuato.
La mia sofferenza di oggi non compor-
ta grandi dolori; più che altro sperimento
l’incapacità di “produrre” secondo la men-
talità della società moderna in cui essere
equivale a fare. Nessuno ti chiede chi sei…
Tu mi ha chiesto chi sei!
La maternità più che fare è essere, e in que-
sto momento io vivo questo modo di esse-
re
. Maria ci dona il suo esempio. Nella vita
lei è stata più che altro in preghiera, in
ascolto, a disposizione di Cristo e, sebbene
operasse con lui, l’operato rimaneva quello
del figlio. La sofferenza ci mette in questa
vera visione della vita, nella quale realmen-
te siamo dipendenti da Dio, dove è lui che
opera, lui che gestisce.
Qual è allora il giusto atteggiamento da
assumere quando si soffre?
Ci sono tre possibili atteggiamenti. Il
primo è quando la persona sentendosi
schiacciata dalla sofferenza cerca di resi-
stere e combattere. In questo caso la perso-
na diventa aggressiva, direi insopportabile
per l’ambiente perché cerca a tutti i costi di
controllare la propria vita.
L’altra opzione è quella di sentirsi com-
pletamente schiacciati e diventare passivi.
Avviene allora che si perde qualsiasi senso
di cooperazione e si entra in una forma di
depressione.
La terza opzione invece la vedo come
una specie di “ballo”, dove la persona
necessariamente deve collaborare. In que-
sto ballo ti senti portato dall’energia di Dio:
non sei tu la fonte di energia perché è lui
che ti guida, però comunque non sei passi-
vo, non sei una marionetta che Dio trascina
per forza, ma si verifica un’interazione.
Credo che la sofferenza debba essere vissu-
ta così, come una corrispondenza di ballo
con lo Spirito Santo: lui ti ispira, ti mostra
i passi, ma tu seguendoli esprimi un atto di
volontà. Vediamo così che la sofferenza
non deve mai essere vissuta come una
distruzione, o per meglio dire, una sconfit-
ta. Non dobbiamo né rassegnarci né volere
imporre a tutti i costi alla vita una nostra
volontà, perché altrimenti ci troviamo a lot-
tare contro Dio.
In molti messaggi Maria ha fatto riferi-
mento alla sofferenza vissuta come offer-
ta a Dio. Ma l’uomo ha paura della sof-
ferenza. In una società che ci insegna a
scansarla o ad anestetizzarla, le parole di
Maria sono come una “contro-indicazio-
ne”, come una medicina. Vuoi accostare
quanto tu hai appena detto con quanto
lei ci ha mostrato in questo tempo?
Di recente ho letto un libro di Benedetto
XVI: Maria chiesa nascente. Molte rifles-
sioni sono ancora fresche in me e le utiliz-
zerò per esprimere ciò che voglio dire. Ho
l’impressione che dovremmo renderci con-
to che senza Maria la Chiesa diventa una
semplice organizzazione di persone, di
popoli che tentano di far funzionare un pro-
getto. Maria invece ci fa capire quello che
la Chiesa è veramente: la Chiesa-sposa, la
Chiesa che ascolta, la Chiesa che in qual-
che modo si “sottomette”, anche se questo
termine oggi non piace molto. In poche
parole, una Chiesa consapevole di essere
fidanzata con Cristo, non una Chiesa auto-
noma che si fa “gli affari suoi”. Per questo
Maria a Medjugorje ci chiede soprattutto di
imparare dallo Sposo, di lasciarci condurre
da lui, come lei ha fatto.
In questa prospettiva Maria diventa una
figura centrale nella vita della Chiesa.
Sì, e senza Maria rischiamo, perché la
nostra spiritualità in qualche modo si ridu-
ce quasi ad un attivismo. Solo lei ci può
insegnare a pregare. Ci troviamo oggi in un
momento in cui la preghiera è in crisi, è in
crisi l’ascolto intreriore di Dio. E quindi è
giusto che venga proprio lei a insegnarcelo
di nuovo. Senza Maria non possiamo esse-
re ciò che dobbiamo essere! Quindi più che
fare delle pratiche (di preghiera), per quan-
to siano necessarie, forse dobbiamo impa-
rare qualcosa dall’essere di Maria. Lei è un
segno di come ognuno di noi deve essere
davanti a Dio. Penso che subiamo una
grande ingiustizia quando Maria ci viene
tolta. Abbiamo bisogno di lei.
Molte persone giustificano con la man-
canza di tempo e di spazio nella propria
giornata l’impossibilità a pregare. Maria
P. JOZO A MILANO
Giornata Internazionale di Preghiera gui-
data da Padre Jozo, sul tema:
"25 anni con Maria"
Un momento di forte preghiera e di avvi-
cinamento alla Regina della Pace, una gior-
nata intensa, piena di preghiera, adorazione,
catechesi e testimonianze.
L'incontro avverrà a Milano
domenica 2 APRILE 2006
dalle ore 9 alle ore 21
presso il "Mazdapalace" di via S. Elia 33
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ci viene a chiedere, secondo quanto tu
affermi, di essere “contemplativi” nel
mondo. Come si fa?
Ancora una volta mi rifaccio al libro del
Papa dove si parla della dimensione della
maternità senza la quale il mondo non può
andare avanti. Il problema è che il ruolo
della maternità è quasi completamente sfi-
gurato nel mondo, perché tutti gli incarichi
che prima erano della madre, in qualche
modo le sono stati tolti. Questo perché una
visione maschilista della società induce a
credere che se la donna non “produce”, non
ha valore. Ma nessuno pensa che alcuni
aspetti della femminilità sono fondamenta-
li per la crescita collettiva, come dice il
Santo Padre nel libro: ci sono cose che
devono solo crescere e c’è qualcuno che
deve vegliare su questa crescita.
Quindi il ruolo della donna nella Chiesa
è fondamentale come capacità di fare
crescere le cose, oltre che generarle.
Non credo che le donne debbano assu-
mere il ruolo degli uomini, forse sono gli
uomini che devono imparare quello che è la
donna, perché davanti a Dio ogni anima è
quasi femminile. Non entro in discorsi filo-
sofici, anche perché non ne sarei capace,
però vedo che l’anima davanti a Dio è
recettiva e disponibile, cioè accogliente. La
donna, quindi, non deve tirarsi indietro o
sentirsi inutile nella società, ma deve esse-
re profondamente se stessa e solo così potrà
salvare il mondo!
Lo afferma papa Benedetto nel suo
libro: se tutto diventa solo attivismo, quel-
le cose che devono solo crescere, come ad
esempio una vita nel grembo, o un fiore,
non possono più esistere, perché vengono
soffocate dal fare. Se non c’è la maternità,
se non c’è Maria, non c’è preghiera. E se
non c’è preghiera si perde tempo. Ecco per-
ché la maternità per molti non è attraente,
perché ci sembra una perdita di tempo fer-
marci a dialogare col figlio.
La Chiesa ha dunque bisogno di persone
disponibili a “perdere tempo”?
Chi ha fretta non può avere una vita spi-
rituale feconda. Così come una madre, se
vive “in fretta” il rapporto con i figli non
può vivere la sua maternità. I nostri figli
hanno molto più bisogno dell’unione dei
genitori che del pane. Noi oggi ci preoccu-
piamo di case, di cose, e questo è un aspet-
to molto lodevole della vita; però c’è tutta
una vita interiore che viene quasi ignorata.
Questo mondo mi sembra come un film
muto: ci sono avvenimenti che vediamo,
però non scorgiamo il vero senso delle cose
perché non ascoltiamo la voce di Dio in
noi. Viviamo male la vita perché non ci
rendiamo conto che i rapporti umani, che
sono lo specchio del rapporto con Dio,
sono la cosa più importante che c’è su que-
sta terra.
Perché, secondo te, si crea il conflitto nei
rapporti?
Perché coltiviamo dei nostri progetti,
che a volte sono anche delle ossessioni.
Perché dobbiamo per forza arrivare a un cer-
to punto, però senza ascoltare né lo Spirito
Santo, né gli altri. Dobbiamo essere vera-
mente un’armonia con Dio e con i fratelli
intorno: non può essere tutto come vogliamo
noi! Io direi, allora, che bisognerebbe quasi
preferire l’altro a se stessi. Lo so che è un
compito molto arduo, ma quando noi trattia-
mo così gli altri anche loro cominceranno a
trattarci in questo modo. Quindi quasi ci
“conviene”. Noi siamo tanto preoccupati per
i nostri spazi, i nostri diritti ma solo il bene
conquista il cuore degli altri. E quanto più
noi siamo alleati, tanto più questo bene cre-
sce anche dentro di noi.
Maria ci ha preparato in questi anni e
desidera che oggi i suoi figli siano pron-
ti. L’abitudine rischia di affievolire il
coinvolgimento iniziale. Cosa diresti a
chi ha “risposto alla sua chiamata”?
Io direi che sicuramente la preghiera
deve allargare il cuore, che invece spesso si
chiude. Manca l’amore, manca il vino,
come a Cana. Piano piano ci si stanca nel
cammino. Ci dobbiamo fidare che la
Madonna ci ha detto la verità e non dobbia-
mo dubitare, cioè non dobbiamo perdere la
fede. Spesso vedo che le persone si sentono
isolate, come se decidersi per Dio significa
appartarsi. Invece chi si decide per Dio
entra nel cuore del mondo. Il mondo desi-
dera Dio ma è come un figlio immaturo che
non riesce a sentire la voce del genitore.
Ormai da molti anni vivi a Roma. Come
ti rapporti oggi tu con Medjugorje?
Per me Medjugorje non è un posto, ma è
uno stato. Prima parlavo di un film muto.
Medj., al contrario, mi sembra un film con
un suono molto profondo, dove c’è una
grande coscienza sulla vita e dove ci si ren-
de conto della destinazione. Qui vedo che
non c’è coscienza. Stiamo andando, ma sen-
za sapere dove. Medjugorje è questa consa-
pevolezza di Dio in mezzo a noi, dove è nor-
male in qualsiasi dimensione umana, anche
la più semplice, che Dio è veramente con
noi, nonostante tutti i limiti che li ci sono.
Ho notato che a Medj. l’amore rimane sem-
pre, anche se le persone non sempre parlano
bene l’una delle altre, in fondo c’è questo
amore che è impegno. Invece qui mi sembra
che ci sia un totale disimpegno, in tutto!
Qual è la tua missione?
Non è una professione, questo di sicuro.
Neanche un’attività che penso non farò mai.
Forse è vivere veramente l’Incarnazione in
ogni aspetto della mia vita ed essere in un
certo senso come un ponte. Non vorrei che
apparisse troppo vanitoso, ma ultimamente
penso che ognuno di noi dovrebbe essere
come Maria, perché Lei in sé rispecchia l’o-
pera di Dio, affinché il mondo possa crede-
re nella sua Presenza. Vorrei in poche paro-
le cercare di attualizzare la vita cristiana. E
quindi condurre una vita ordinaria ma nello
stesso tempo anche straordinaria, cioè fare
quelle scelte che ormai sembrano quasi
sconvolgenti al mondo.
Dimmi una parola per la Chiesa di oggi.
Vivo molto fortemente il senso dell’uni-
versalità della Chiesa; penso che abbiamo
una grande famiglia e non possiamo rin-
chiuderci nella nostra piccola famiglia. Pur
essendo madre di figli concreti vedo che
loro hanno il mio stesso destino, che è quel-
lo di essere parte di questa grande famiglia.
Quindi la parola che mi chiedi è: amore!
(intervistata da S.C.)
Il ritorno al Padre
di don Divo Barsotti
Anni fa aveva acconsentito alla
mia richiesta di un’intervista per-
ché fosse presente in prima per-
sona sulle pagine dell’Eco. Ma poi il rispet-
to per una malattia che man mano invade-
va la sua anziana età mi faceva rimandare.
Mi resta il rammarico di non averlo fatto,
insieme alla consolazione di sentirlo anco-
ra più vicino adesso che, libero dal corpo,
può comunicare attraverso lo Spirito: «È un
fatto assai relativo che la parete del corpo
ci impedisca di vivere insieme. L'unione
con Lui non è nell'esperienza sensibile, ma
nel Cristo che ci ha uniti a sé e ci ha voluti
un solo Corpo con Lui» aveva scritto prima
di ammalarsi.
È partito per il cielo il 15 febbraio don
Divo Barsotti, nella sua Casa San Sergio, il
piccolo eremo che a Settignano (sulle colli-
ne di Firenze), accoglie la Comunità dei
figli di Dio da lui fondata nel 1948. «È sta-
to sacerdote, mistico, scrittore, teologo, pre-
dicatore, consigliere e padre spirituale, fon-
datore di una Comunità, che ora comprende
più di 2 mila membri ed è diffusa a livello
internazionale. Egli però ha voluto sempre
una cosa sola: cercare Dio», ha ricordato il
card. Antonelli durante i funerali. «Egli
soleva dire - che la morte non esiste e, se
esiste, è solo come una medicina per aprire
definitivamente il nostro io all’amore infi-
nito di Dio. Più avanzava negli anni e più si
sentiva vivere. La pace e la gioia che in
modo crescente irradiava intorno a sé hanno
testimoniato splendidamente che per lui la
morte era compimento della vita».
Ma il ricordo più forte rimane nei suoi
figli che lo hanno accompagnato in questi
anni, raccogliendo da lui in eredità gli inse-
gnamenti, gli scritti (oltre 500 i volumi
pubblicati), i ricordi e soprattutto l’amore
paterno che non ha mai fatto mancare loro:
«Abbiate fiducia. La morte non mi fa
paura
… Io vi lascio apparentemente.
Realmente sono con voi più di prima»,
scriveva nell’ultimo messaggio per loro
dettato pochi mesi prima di morire al suo
successore don Serafino Tognetti. «Non
abbandonerò nessuno - continuava -
Raccomando di essere uniti; non dubitate,
non disperdetevi, non scoraggiatevi…”.
Parole toccanti che ognuno di noi può
far sue perché trasmettono la sollecitudine
del pastore che sa proteggere integro l’ovile
e garantire sempre al gregge pascoli erbosi.
Parole che portano il timbro di un uomo che
“conosce la strada di casa” e che per tutta la
vita ha cercato l’unione totale con Dio:
«vivo un’ansia continua, un desiderio sem-
pre più grande di raggiungerlo».
Lo affidiamo a Maria, alla quale a 20
anni don Divo pronunciava il suo atto di
offerta: «Voglio che tutta la mia vita non sia
che un atto di amore a te, o mia dolce
Regina, e per meglio darti una prova del
mio amore per te, io fino da ora ti dono
interamente me stesso e tutte le cose mie, e
mi offro a Dio come vittima di olocausto
supplicandolo di consumarmi sempre di
più nel tuo amore”.
red.
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Potrebbe risuonare così oggi la voce di
Cristo. Quella stessa voce che in diverse
situazioni, nel vangelo, ha ripetuto: Non
temete!
(Mt 28,11)
; Coraggio, sono io, non
temete
(Mc 6,50).
Non temere, piccolo greg-
ge
(Lc 12,32)
; Non temere, continua solo ad
aver fede!
(Mc 5,36).
Allora era il tempo in
cui il Messia stava presentandosi agli
uomini, ed essi imparavano pian piano a
conoscerlo nella novità che Egli portava.
Ma noi, cristiani di oggi, lo conosciamo
ormai da secoli, e non si contano le espe-
rienze personali, o altrui, che ci testimonia-
no questa verità: se c’è Gesù non si può
temere!
Ma allora perché permettiamo alla pau-
ra, sotto qualsiasi forma essa si presenti, di
invadere con prepotenza i nostri spazi inte-
riori? Perché ospitiamo in noi un groviglio
di timori, tenui o più sonori, che legandoci
ci tolgono la pace? Perché, soprattutto, per-
mettiamo a chi desidera assoggettarci al
suo controllo, di far leva sulle nostre paure?
Se l’uomo è creato per essere libero, dob-
biamo sapere che la paura è uno dei ladri
più scaltri della nostra libertà!
Dove e perché nascono le paure, non
sta a me dirlo. Esiste sicuramente un’infini-
tà di testi appropriati sull’argomento.
Diversissime le cause e molteplici i fattori
per i quali le paure, generandosi, si annida-
no dentro di noi. Sarebbe bello saperne di
più. Ma in questo contesto è importante
comprendere quali meccanismi interiori
impediscono all’anima di respirare tran-
quillamente per crescere in sapienza e gra-
zia
(cfr. Lc 2,40),
secondo i passi previsti
dallo Spirito di Dio.
Non di rado succede che qualcuno desi-
deri “tenerci in pugno” e, per esercitare con
più agio il proprio potere, ci rende vulnera-
bili risvegliando le nostre paure. Se ci
riesce, significa che esse sono radicate nei
punti dove siamo più esposti.
Di chi è la colpa? Sicuramente chi
sfrutta le nostre fragilità agisce in mala
fede, ma non sta a noi giudicarlo. Noi però
siamo in qualche modo responsabili, per-
ché se la paura comincia a farsi sentire,
significa che in noi c’è qualcosa che
temiamo di perdere
.
Ecco il punto! Un punto che tocca
direttamente il forziere dei nostri interessi e
delle nostre proprietà, per quanto legittime
esse siano. Ci capita allora di dover affron-
tare il timore di perdere il lavoro, la casa, la
moglie, i diritti, le ragioni, la salute. Per
non parlare dalla nostra stessa vita. Tutte
cose più che sante, sia ben inteso. Ma cosa
ne facciamo delle rassicuranti parole di
Gesù? Ci crediamo veramente o le lascia-
mo tra panche della Messa domenicale?
Dobbiamo renderci conto che in questo
inizio secolo serpeggia nell’aria un sottile e
sordido desiderio di controllo di tutta l’u-
manità
da parte di forze più o meno mani-
feste, che non fa altro che alimentare il cli-
ma di instabilità e paura. Basta sentire i toni
allarmistici usati dai notiziari. Nessuno ci
dice: non temete! Piuttosto per amore di
uno spirito sensazionalista si punta a
fomentare in noi insicurezza, scoraggia-
mento e sfiducia verso un mondo dove “ci
può accadere di tutto”. Il risultato è che
continuiamo a vivere il nostro giorno guar-
dandoci continuamente alle spalle.
“Uomo, chi ti ha scippato la speran-
za?”, ho sentito dire recentemente in un
convegno. È proprio il caso di chiederselo.
Ma più che altro questo interrogativo
dovrebbe interessare noi, i cristiani. Quelli
che in un modo o nell’altro hanno aderito al
vangelo della speranza
(cfr. 1Pt 3,15).
E ci
hanno creduto.
Non risolveremo nulla se aspettiamo
che questo sistema, ormai sempre più glo-
bale
, cambi. Poiché se continua a basarsi su
questi criteri può solamente peggiorare. Ma
possiamo iniziare da noi stessi, offrendoci
nelle mani del Signore perché ci usi come
un lievito (cfr. Mt 13,33 ); un lievito nasco-
sto che faccia crescere la massa tanto da
spaccare le rigide pareti del contenitore:
quello delle convenzioni, delle strutture,
dell’arido istituzionalismo a cui fa comodo
ancorarci nella paura.
Qual è dunque il primo passo da
compiere? Cominciamo a spogliarci dai
nostri interessi! Dalla volontà di trattenere
a tutti i costi qualcosa per noi, o di voler
gestire da soli la nostra vita, le nostre cose,
i nostri affetti. Se veramente ci fidassimo di
Dio lasceremmo a Lui il governo di tutto.
Se qualcosa è prevista per il nostro bene,
Egli la difenderà. Se invece non ci serve
più, la toglierà per donarci qualcosa di
migliore. Vedremo, allora, come man mano
i nostri tremori non avranno più ragione di
esistere. Tanto da dileguarsi come fumo.
Perché di questo in realtà essi sono fatti.
Abbandonati a Dio non dovremo più
combattere per preservare i nostri beni,
ma vivremo sereni e liberi; e a quel punto
inizieremo ad esser veramente noi stessi,
smettendo la maschera del duro che proteg-
ge il suo tesoro o quella del cane bastona-
to
, che si fa vittima di ingiustizia. È prefe-
ribile, infatti, sopportare le iniquità che
provengono da fuori rimanendo liberi den-
tro, piuttosto che essere liberi fuori ma
imprigionati dal terrore dentro.
È la povertà di spirito quindi il vero
antidoto contro la paura. Quel sano dis-
tacco che ci fa vedere in modo reale la
fugacità della vita, e ci aiuta a fissare lo
sguardo sull’eternità di Dio che già ci
attende. Si apriranno vasti orizzonti nei
quali potremo intravedere delle allettanti
novità. Quelle che non potevano nascere,
perché il posto era occupato dal “vecchio”,
a cui non volevamo rinunciare.
Perché temete, cristiani del terzo mil-
lennio?! Possedete le chiavi della scienza,
i segreti della tecnica, millenni di storia alle
spalle e fate della vostra vita un involucro
di paure! Unendoci a Gesù, venuto a libe-
rarci, trasformiamo piuttosto la nostra esi-
stenza in un “ostensorio di speranza”, come
diceva don Tonino Bello. Gli altri uomini
non tarderanno ad accorgersene. E vorran-
no saperne il perché.
Stefania Consoli
Perché temete?
Questo è un tempo
di grazia!
di Giuseppe Ferraro
La pienezza della vita di Dio, attraverso
le profondità insondabili del mistero
dell’Incarnazione è entrata nel tempo. Da
quel momento è iniziato all’interno della sto-
ria del mondo un processo di ricapitolazione
dell’intera creazione nella carne glorificata
del Risorto che culminerà nella «consegna
del Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al
nulla ogni principato e ogni potestà e poten-
za» (1Cor 15, 24). Per questo l’opera della
salvezza si dovrà necessariamente compiere
nel tempo della storia degli uomini. Il tempo
infatti rappresenta una dimensione essenzia-
le in cui si esprime l’azione salvifica della
grazia. Già nell’antico Libro del Qoèlet si
legge che «per ogni cosa c’è il suo momen-
to…» (Qo 3,1) e noi sappiamo che, quando
«giunse la pienezza del tempo», Dio «man-
dò il suo Figlio, nato da donna …perché
ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4).
La Regina della Pace nei suoi messag-
gi fa insistente riferimento alla tonalità
particolare di questo tempo, segnato in
modo straordinario dalla grazia della Sua
presenza nel mondo. “Questo tempo è tem-
po di grazia e desidero che la grazia sia
grande per voi
” (Mess. 25.06.1989), “Dio
mi concede questo tempo quale dono per
voi
” (Mess. 25.08.1997).
È questo un tempo infatti carico di gra-
zie speciali, in cui Dio affida a Maria una
missione determinante per il futuro dell’u-
manità, chiamando i suoi figli ad un passo
nuovo e decisivo: “desidero che anche tutti
voi siate attivi in questo tempo che attra-
verso di me, è legato al Cielo in modo spe-
ciale
” (Mess. 25.05.1996). Un grande pas-
saggio epocale che già risplende della luce
di nuovi cieli e terra nuova e che schiude
l’orizzonte mirabile della compiuta regalità
di Cristo sui cuori e sull’intera creazione:
«Bisogna infatti che egli regni…perché Dio
sia tutto in tutti» (1Cor 15,25.28): “Cari
figli, Dio mi concede questo tempo quale
dono per voi, affinché possa istruirvi e con-
durvi sulla strada della salvezza
” (Mess.
25.08.1997). “Aumentate le vostre preghie-
re perché ne avete particolarmente bisogno
in questi ultimi temp
i” (1.08.1990).
Ma qual dunque è la grazia, assoluta-
mente straordinaria, che Dio offre ai suoi
figli in questo tempo?
Essa risiede nella
possibilità di divenire con Maria canale
della vita e dell’amore di Dio per l’intero
universo! Una possibilità data a chi dona
una libera risposta d’amore alla sua chia-
mata di Madre. Per questo Dio Creatore,
per mezzo di Lei, sta chiamando schiere di
figli a lasciarsi trasformare interiormente
dall’azione dello Spirito Santo, sino a fon-
dere pienamente la loro vita ed i loro cuori
al Cuore Immacolato della Madre per unir-
li, attraverso di Lei, a quello infuocato
dell’Agnello Immolato. Egli solo infatti,
mediante la sua offerta regale, è in grado di
spezzare definitivamente i sigilli di morte
che ancora chiudono moltitudini di anime
al dono della vita divina e di riscattare «per
Dio…con il suo sangue…uomini di ogni
tribù lingua popolo e nazione» (Ap 5,9),
affinché «tutto gli sia sottomesso» e «Dio
sia tutto in tutti» (1Cor 15,28): “Questo è
un tempo particolare; per questo sono con
voi, per avvicinarvi al mio Cuore ed al
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L’Umile di cuore
«Imparate da me, che sono mite e umile di
cuore, e troverete ristoro per le vostre anime»
(Mt 11,29)
Con la sua nascita in una mangiatoia,
con la sua vita terrena e con la sua morte in
croce, Gesù ha mostrato a noi apertamente
che è l’Umile di cuore.
Gesù è l’Umile di cuore che veste i pan-
ni dell’uomo, e Lo possiamo scorgere, se
abbiamo lo sguardo attento, nelle persone
che incontriamo ogni giorno, nelle persone
indigenti, sole, in qualunque uomo, ricco o
povero.
Gesù è l’Umile di cuore che dona con-
tinuamente e, soprattutto che si dona a noi e
si fa piccolo con noi, così che lo sentiamo
nostro fratello e amico. Non dona mai per
schiacciare o mortificare, per esercitare la
sua supremazia o per dimostrare che più
forte, ma per elevarci, per attirarci a sé, per
creare comunione.
Non possiamo vivere una vita di cielo se
non siamo umili a imitazione di Gesù.
Gesù, l’Umile di cuore, ci renda, quin-
di, umili e ci faccia capire che quando cer-
chiamo la bella figura, il vanto e la lode
umana, ci impoveriamo perché non diamo a
Dio quanto a Lui dovuto.
Gesù che dice «Imparate da me che sono
mite ed umile di cuore» ci faccia capire che
siamo stolti quando cerchiamo la gloria per
noi piuttosto che per Dio; ci faccia capire
che l’orgoglioso non costruisce nulla, ma
distrugge tutto, anche se stesso; ci aiuti a
scoprire che non vale tanto quello che
diciamo o facciamo, ma quello che siamo;
ci renda sempre più simili a Lui che è
l’Umile, e ci faccia scoprire il tesoro, per il
quale vale la pena sacrificare tutto.
Pietro Squassabi
a
Villanova M., 3 marzo 2006
Resp. Ing. Lanzani - Tip. DIPRO (Roncade TV)
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I lettori scrivono…
Dom Stefano Maria, Bologna (I): Sia
lodato Gesù Cristo! Sono un monaco bene-
dettino olivetano e mi chiamo Stefano
Maria. Nel richiedere la raccolta dei primi
100 numeri dell’Eco, vorrei approfittare per
testimoniare che la lettura di questo santo
bollettino ha avuto un ruolo non piccolo nel-
la mia risposta alla vocazione. Dio benedica
tutti i vostri sforzi e la vostra dedizione!
P. Felipe Quineche, Perù: Saluti affet-
tuosi nel Nome di Cristo Gesù e Maria
nostra madre! Con immensa gioia comuni-
co di essere stato ordinato sacerdote dioce-
sano il 25 luglio di quest’anno. Ricevo
ECO DI MARIA da tanti anni, ed è stato
una benedizione per la mia vita e la vita di
molte altre. Ora come sacerdote continuo il
prezioso lavoro di diffusione di questo gior-
nalino. Lavoro adesso in una zona di mis-
sione nella diocesi di Callao in un paese
chiamato Pachacutec. Essa è zona di mis-
sione di estrema povertà, dove abbonda la
proliferazione di sette, e dove ora la Chiesa
si è impiantata. Credo che questa rivista
aiuterà moltissimo questa gente che ha tan-
to bisogno. Le mie benedizioni!
G. Chalikia, Grecia: Grazie per il
lavoro che svolgete e per queste gocce di
spiritualità con le quali dissetate tante ani-
me. Il piccolo Gesù e la Vergine Maria vi
accompagnino sempre nel vostro lavoro e
vi diano coraggio, entusiasmo, forza e salu-
te per continuare la vostra missione. Un
abbraccio di pace davanti alla culla di
Gesù!
Tilly Vissers, Nuova Zelanda: Grazie
mille per il bellissimo giornalino della
Madonna. È un grande aiuto per il viaggio
verso il Cielo. Le letture, così speciali, sono
una grande grazia per noi. Davvero ci inco-
raggiono a seguire e a vivere i messaggi
della nostra bellissima madre che con
pazienza ci porta a suo Figlio. Grazie per il
vostro lavoro. Spero di poter ricevere il
vostro ECO ancora per molto tempo.
Moses Ekene, Nigeria: Vi ringrazio per
l’invio del vostro giornale. Mi considero
come Matteo, l’esattore delle tasse del
Vangelo che non ne è degno, eppure ricevo
ancora l’Eco di Maria. Infatti l’Eco è come
ossigeno per l’anima; arriva e mi ricorda il
bisogno di stare sulla giusta via ogni volta
che tento di deviare.
Nelida Manetti, Buenos Aires -
Argentina: Ringrazio a nome della mia
famiglia per l'Eco che riceviamo da diversi
anni. Eco accorcia la distanza tra il nostro
paese e Medjugorje con i suoi miracoli. Per
noi è già un miracolo la speranza che que-
sta piccola pubblicazione porta con sé in
questo mondo così bisognoso. Grazie, e
Dio vi benedica!
Per nuovi abbonamenti o per le modifiche
di indirizzi scrivere alla Segreteria dell’Eco
CP 27 31030 BESSICA (TV)
E-mail: info@ecodimaria.net
Eco su Internet: http://www.ecodimaria.net
abbon.: info@ecodimaria.net
E-mail redazione: ecoredazione@infinito.it
È ancora disponibile presso
la segreteria la RACCOLTA DEI
PRIMI 100 NUMERI DELL’ECO !!!
Ci benedica Dio Onnipotente,
il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Amen.
Cuore di mio Figlio Gesù. Cari figlioli,
desidero che voi siate figli della luce e non
delle tenebre. Per questo vivete ciò che vi
dico
”(ibidem).
Il compimento di tutto ciò, per divina
disposizione, passa attraverso il “trionfo
del Cuore Immacolato di Maria”,
già
annunciato a Fatima, e l’instaurarsi della
sua definitiva regalità sull’universo: “Cari
figli, aiutate il mio Cuore Immacolato affin-
ché trionfi in un mondo di peccato
” (Mess.
25.09.1991). Maria infatti, in questo tempo
speciale - “questo tempo è il mio tempo
(Mess. 25.01.1997) - chiama i suoi “cari
figli”, prescelti sin dall’eternità per esser
resi «concittadini dei santi e familiari di
Dio… dimora di Dio per mezzo dello
Spirito» (Ef 2,19), al fondamentale servizio
sacerdotale, profetico e regale di accompa-
gnare l’intera creazione a quello stesso pas-
saggio pasquale che il Figlio ha realizzato
una volta per sempre nell’ “ora” scritta nel
cuore del Padre e che deve ora necessaria-
mente coinvolgere tutto l’universo: “Cari
figli, voglio che comprendiate che Dio ha
scelto ciascuno di voi nel suo piano di sal-
vezza per l’umanità. Voi non potete capire
quanto grande sia la vostra persona nel
disegno di Dio
”(Mess. 25.01.1987).
È soltanto a partire da questo ineffa-
bile orizzonte di grazia che si può com-
prendere il vero significato anche di quella
parte del messaggio della Regina della Pace
di più intensa tonalità apocalittica, in cui
Lei annuncia l’avvento dei segreti riferen-
tisi ad eventi decisivi per il futuro del mon-
do e del grande segno visibile che sarà
lasciato a Medjugorje dopo la fine delle
apparizioni: “Questo, prima del segno visi-
bile è un tempo di grazia per i credenti.
Perciò convertitevi ed approfondite la
vostra fede! Quando verrà il segno visibile
per molti sarà già troppo tardi
” (Mess.
23.12.1982); “Qui ci sono dei segreti, figli
miei ! Non si sa di che si tratta, ma quando
lo si verrà a sapere, sarà tardi ! Ritornate
alla preghiera! Nulla è più importante di
essa. Vorrei che il Signore mi permettesse
di chiarirvi almeno in parte i segreti; ma
sono già troppe le grazie che vi
offre
.”(Mess. a Mirjana 28.01.1987).
La grazia straordinaria della presen-
za della Madre di Dio si inserisce dunque
in un più vasto disegno di salvezza
desti-
nato a coinvolgere tutte le anime e, miste-
riosamente collegata con esse, l’intera crea-
zione, che «geme e soffre fin ad oggi nelle
doglie del parto» (Rom 8, 22). Sarà infatti
attraverso la libera risposta d’amore di quei
figli che Lei, in molti modi, sta chiamando
in questo tempo, che il fuoco dell’Amore
trinitario potrà diffondersi in tutti i luoghi
spirituali dell’universo, raggiungendo e
consumando ogni ombra di morte e di pec-
cato, per germogliare dalla stessa notte
oscura
della sofferenza, del dolore e della
morte la luce pasquale di nuovi cieli e di
terra nuova che irradia irresistibilmente
dalla gloria del Risorto.
Beati allora coloro che avranno accol-
to in pienezza il dono nuziale della chia-
mata che il Padre rivolge ai suoi figli nel
tempo della grazia!
Ad essi infatti saranno risparmiate le
asprezze del tempo della purificazione, l’i-
nevitabile “Via Crucis” del mondo, un pas-
saggio necessario affinché l’intero universo
possa essere pienamente trasfigurato
dall’Amore puro dell’Altissimo. *
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